
Ci sono pochi luoghi non strettamente religiosi nei quali si percepisce, tangibile, un'aura di sacralità.
Uno di questi, almeno per me, è ciò che rimane del campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. Che oggi è un museo, per non dimenticare.
Eppure proprio da quel luogo, stanotte, è stato sottratto un simbolo, forse il simbolo del delirio genocida nazista. La famosa scritta Arbeit macht frei, tragica ironia tedesca, no, tedesca non è giusto, è più giusto dire nazista, secondo la quale il lavoro rende liberi.
Qualcuno crede di aver sentito tutto quello che c'era da dire sui nazisti, sui lager, sulle docce, su Mengele... tutto falso. Il museo di Auschwitz, per non dire Auschwitz stesso spiega molte più cose. A partire dal materiale video registrato all'arrivo dell'Armata Rossa fino alla pratica aberrante di usare i capelli degli ebrei per "filare" e realizzare i calzini dei marinai degli U-boot.
Questo luogo, che a camminarci sopra vibra di silenzio ed emozioni, questi pochi chilometri quadrati nei quali sono morte un milione di persone (più del doppio dei morti di Hiroshima e Nagasaki), questo quadro impossibile dell'aberrazione umana ha troppo da dire agli uomini. Troppe cose, troppo turpi, troppo inumane per mostrarle a chiunque anche a chi decide di andarci, anche a chi decide di guardare il video (la scelta è lasciata alla sensibilità personale). Ed è chiaro che il peggio non te lo raccontano né te lo fanno vedere.
Eppure questo luogo, che per tutti questi motivi io considero avvolto da una certa sacralità, è stato profanato.
Il direttore del museo ha detto che il furto è stato "intristente" e io credo di capirlo un po'.
La polizia indaga, controlla le riprese delle telecamere di sicurezza e riflette sul fatto che "o i ladri non sapevano neppure fossero oppure - che è anche peggio - lo sapevano benissimo ma questo non gli ha impedito di rubare".
Adesso ci si può chiedere come è possibile che un furto del genere accada. E' la logica del dopo, sono le domande che si pone chi credeva che rubare da Aushwitz fosse inconcepibile. Perché la domanda chi mai vorrebbe un cimelio di un lager? si risponde da sola, visto che qualcuno ha voluto i lager. E a quel punto diventa chiaro che, probabilmente, c'è un committente o un acquirente per ogni scheggia di legno che si può portare via da Auschwitz, figurarsi per Arbeit macht frei.
Ed ecco l'occasione per parlare del "luogo della memoria". Perché del "monumento" che doveva ricordare all'uomo di non dimenticare il mondo si sta dimenticando. Nonostante il milione abbondante di visitatori l'anno il museo e il campo circostante versano in uno stato di abbandono. Mancano i fondi basilari per la conservazione. Proprio questa settimana, proprio dalla Germania sono arrivati 60mila euro per il finanziamento dei lavori di conservazione a lungo termine, giusto la metà di ciò di cui ci sarebbe bisogno secondo il direttore del museo.
La scritta è già stata rimpiazzata con una replica. Visitate Auschwitz, prima che tutto sia una replica, prima che quell'intensità che si percepisce muovendosi al suo interno scompaia. Prima che scompaia dalla faccia della terra e dalla memoria.
Perché se c'è qualcosa di chiaro, credo, è che tutte le persone assennate vorrebbero scordare gli orrori di Auschwitz, vorrebbero che non fossero mai esistiti. E poi ci sono quelle che non vorrebbero dimenticarli e se ne portano a casa un pezzo.
E ci costringono a ricordare per non lasciarli liberi di ricominciare.
Riferimenti (inglese)
Puoi commentare il post.
Nessun commento:
Posta un commento